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Voglio ringraziare il Comune di San Mauro Pascoli, la sindaca Luciana Garbuglia, per avermi invitato oggi qui con voi a celebrare la ricorrenza del 25 Aprile, la festa della liberazione d’Italia dal nazifascismo.

E’ un’emozione grande poter condividere con voi alcune riflessioni su cosa rappresenti per noi oggi il 25 aprile, anche con lo sguardo rivolto ai nostri giovani e ai nostri bambini, perchè il senso di coltivare la Memoria si concretizza nella trasmissione dei fatti e soprattutto dei valori  in un simbolico passaggio di consegne alle giovani generazioni.

E proprio per questo è significativo che oggi siano presenti alcuni dei ragazzi che hanno partecipato al progetto del treno della Memoria che ci racconteranno l’esperienza vissuta visitando Auschwitz e le loro riflessioni ed emozioni.

“Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo” Così ha scritto Primo Levi. In questo 2017 ricorre il trentesimo anniversario scomparsa di Primo Levi. Colui che attraverso le sue opere ci ha fatto conoscere l’orrore e la tragedia dell’uomo nei campi di sterminio.

Tra i libri scritti da Levi oggi vorrei leggervi un breve brano tratto da La Tregua, il libro che racconta il lungo viaggio intrapreso per tornare da Auschwitz alla sua città natale, Torino. Un viaggio attraverso l’Europa distrutta dalla guerra e dal dolore. Un viaggio anche metaforico dalla morte alla vita, dove però la vita non poteva più essere la stessa, condannati a portare negli occhi e nel cuore l’orrore dei Lager. E così infatti scrive Levi ne La Tregua:

“Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti.”

E qui si evidenzia uno dei primi elementi fondanti della Festa della Liberazione. Accogliere il testimone della Memoria facendo sì che la sofferenza, l’orrore, l’oltraggio della guerra e della persecuzione vengano raccontati, testimoniati, trasmessi. Di generazione in generazione. Affrontando anche gli aspetti più scomodi e difficili, senza filtri. Nel racconto della memoria dobbiamo essere in grado di coinvolgere i ragazzi accompagnandoli attraverso ciò che è accaduto, facendoglielo sentire profondamente, non solo ascoltare. Certe testimonianze devono entrare dentro per poter diventare parte di te, elemento da trasmettere.

Per questo esperienze come il Treno della memoria, il progetto Promemoria Auschwitz sono importantissime e fondamentali. Sono esperienze di vita, di formazione, fondanti di una identità.

Come regione l’anno scorso abbiamo approvato la Legge sulla Memoria del 900, proprio per sostenere da più punti di vista la trasmissione della memoria, dei fatti che furono, incentivando progetti come il Treno della Memoria e recuperando e sostenendo i luoghi della memoria dove la tragedia del 900 si è compiuta. Luoghi come Tavolicci, Marzabotto, il campo di concentramento di Fossoli, e le centinaia e centinaia di altri luoghi dove uomini, donne, bambini, cittadini e partigiani persero la vita per mano della furia nazi-fascista.

Ma la sfida della memoria è quella di riuscire a declinare i valori della resistenza e della liberazione con lo sguardo rivolto al futuro. E’ quanto riuscirono a fare i Padri fondatori dell’Europa unita. Penso ad Altiero Spinelli, a Ernesto Rossi, a Ursula Irshman e ad Eugenio Colorni che mentre erano prigionieri al confino nell’Isola di Ventotene scrissero “Il manifesto di Ventotene – Per un’Europa libera e unita”.

Penso agli uomini e alle donne come loro, che in tutta Europa, durante il secondo conflitto mondiale, pur se in prigionia o perseguitati, sotto le bombe e nel mezzo della distruzione e della catastrofe riuscirono ad immaginarsi, anche appartenendo a paesi che in quel momento combattevano su fronti diversi, un’Europa di pace, un’Europa dove le risorse, potevano diventare non terreno di battaglia, ma luogo comune su cui costruire.

Il 25 marzo sono stati celebrati a Roma i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, i trattati istitutivi dell’Europa unita. I capi di stato e di governo dei 27 paesi che aderiscono all’Unione Europea hanno firmato insieme un documento che guarda al futuro dell’Europa e che si apre dicendo: “Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare. L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti.”

Ecco se non ci diciamo e non raccontiamo ai nostri ragazzi che la tragedia della guerra, i milioni di morti, l’orrore dei campi di sterminio sono stati affrontati unendoci insieme come popoli europei nel progetto di un’Europa unita, un’Europa di pace, facciamo torto alla Memoria e non trasmettiamo anche l’impegno per il futuro, la responsabilità che sta in mano alle nostre generazioni. E sono questi i valori che la Liberazione ci consegna.

Un’Europa certo che deve avere uno sguardo diverso, più solidale, più umano, più vicino alle persone, tornando a quella che era la sua missione originaria. Un’Europa però che è la nostra casa. Una casa che è stata costruita sulle rovine della seconda guerra mondiale, ma che rappresenta ancora il nostro futuro e la nostra speranza. Un’Europa di pace in cui non ci sono nemici, o stranieri, ma cittadini.

E concludo ancora con una citazione di Primo Levi, un monito da tenere scolpito nel cuore, consapevoli che ciò che è accaduto può ripetersi, e che l’unica difesa sta nel nutrire insieme il nostro presente con la memoria e con i valori della Liberazione: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, altermine della catena, sta il Lager.”

Lia Montalti : Welcome !

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